2. Complicazioni
Paura, pura ed ancestrale paura, ecco quello che provavo. Ne avevo sempre sentito parlare, pensavo di conoscerla, ed invece per la prima volta mi si presentava davanti nel suo splendido, totale orrore. Biascicavo, era se come mi si fosse bloccato il cervello e la lingua si fosse fusa col palato; non riuscivo a dire nient’altro che “Ma.. ma.. Sara che fai..” o “Io non so chi tu sia.. ti prego lasciami andare” e tante altre stronzate così. Vi dico la verità, se ci fossi stato io dall’altra parte della pistola avrei sparato senza pensarci, soprattutto senza starmi ad ascoltare.
Anche perché io sapevo chi avevo di fronte, o meglio, che dico, ne avevo il sospetto, ma era troppo per crederci: avevo di fronte, che voi ci crediate o no, il motivo per cui ora stava suonando la sirena che preannunciava l’entrata del coprifuoco. Ed è a quella sirena che immagino debba la vita visto che le mie risposte erano tutto tranne che convincenti (e se non lo erano per me figuriamoci per lei); già, devo tutto ad una sirena e ad una foto che avevo con me.
Sembrava turbata continuava a passare velocemente lo sguardo da me alla foto e viceversa:
- Puttana! Quella puttana mi vuole fottere.. Lui e quel maniaco sadico. – Sono state queste le parole esatte, ma credetemi non lo disse né con paura né con rabbia, sembrava quasi ammirata, come se fosse una giocatrice messa in difficoltà dalla mossa dell’avversario, una mossa tanto inaspettata quanto geniale che non si può fare altro che ammirarla. Ed era proprio così, mi ero trovato a fare la parte del pedone nel bel mezzo di una partita di scacchi.
Ed è proprio allora che arrivò a salvarmi la sirena.
- Metti in moto e togliamoci di qui. Non mi fare scherzi e guida piano se ci tieni alle palle. -
- Dove.. Dove vado? -
- Non lo so, per ora cammina. Abbiamo mezz’ora prima di dover scomparire dalla strada e a me serve un po’ più di tempo per pensare. -
Dei minuti che seguirono non c’è molto da raccontare, diciamo solamente che io non ero in vena di conversazioni, mi sentivo travolto da una tempesta, avevo completamente perso l’orientamento, si sarebbe potuta sentire l’eco dentro la mia testa per quanto era vuota. Ecco, era proprio così, pensavo e sentivo l’eco dei miei pensieri, la mia voce continuava a ripetermi di stare zitto, di guidare piano e di evitare di guardare quella ragazza in volto: voi sareste stati capaci di fare diversamente? Sì? Bravi, siete quasi bugiardi quanto me..
In realtà, però, qualcosa di sconnesso mi passava per la testa. Per quanto mi potesse sembrare un’idea del cazzo, si faceva avanti sempre con più prepotenza. Voglio dire, quante coincidenze possono succedere in un giorno? Non si parlava d’altro che dei 9 omicidi, anzi delle 9 persone giustiziate come dicevano tutti, di quanto fossero giuste quelle esecuzioni prima e di quanto destabilizzanti poi, così tanto che in nome di esse si era riuscito ad instaurare lo stato di polizia. E non è finita qui: quello stesso giorno si era venuto a sapere che l’eroe prima, omicida spietato e sovversivo poi, era niente meno che una donna ed io, guarda caso, la sera stessa mi trovo in un faccia a faccia romantico con una donna che mi punta la pistola in mezzo alle gambe. Strano no?
- Sai arrivare al parco? – mi disse.
- Sì, non è lontano. – Per rispondere risposi, almeno era quella l’intenzione ma la voce si era rifiutata di uscire, così dovetti riprovare: – Sì, non è lontano! – Questa volta andò meglio, riuscì a parlare, anche se con la voce più da deficiente che le mie corde vocali avrebbero mai potuto creare.
- Prendi la strada che lo costeggia dal fiume, ti dico io dove girare. Muoviti che forse sono in tempo per raccogliere le mie cose – accennò un mezzo sorriso e poi continuò ironica – Non scoperai come credevi ma almeno avrai l’onore di essere il primo uomo che mi porto in quella specie casa. -
Incassai ancora una volta, un vero colpo ai fianchi, di quelli che ti fanno crollare in ginocchio togliendoti di colpo il fiato, ma io sono sempre stato un buon pugile anche ora che sono qui mezzo morto riesco a non crollare. E poi, a dirla tutta, non potevo di certo darle anche la soddisfazione di vedermi al tappeto, per cui feci finta di nulla ed accelerai.
- Gira qui – disse guardandosi intorno e sprofondando un po’ nel sedile, quasi volesse mimetizzarsi con la tappezzeria.
- Dove mi fermo? – dissi io nella speranza di mettere fine a quell’incubo. Che coglione che ero! Davvero! Speravo di cavarmela con un passaggio in macchina e nessuna conseguenza? Ma per favore! Ero proprio un illuso, mi viene il vomito a ripensarci.. Ma se fino a poco prima mi sarei sparato, perché lei avrebbe dovuto essere così generosa e graziarmi una volta che non le ero più utile?
Da come si guardava intorno capì che eravamo arrivati ma non ci fermammo subito mi fece ancora voltare l’angolo e poi mi ordino di parcheggiare. Aveva uno sguardo diverso negli occhi, c’era meno odio, sembrava un’atleta che si concentra prima di una gare.. dio che occhi credetemi: avrebbe potuto uccidere solo con quelli e io mi sarei lasciato straziare.
- Che cazzo guardi? Muoviti dammi le chiavi. Tu vieni con me, se ti allontani più di un passo sei morto. Capito? Ti apro io la porta. -
Feci un cenno con la testa. Lei scese, si guardò intorno, mise la mano con la pistola nella sacca e lenta, come se nemmeno si accorgesse della pioggia che veniva giù violenta, venne ad aprirmi la portiera. Lo so che avrei potuto tentare di scappare, di strapparle la pistola, di sfruttare un attimo di distrazione, magari ce l’avrei fatta ma la colpa era sempre di quegli occhi e di quello sguardo; non so come dirvi, ma ero sicuro che sarei morto se non avessi fatto esattamente quello che lei voleva.
Anche la notte sembrava strana, la luce dei pochi lampioni funzionanti filtrava con fatica nelle scale buie. Iniziammo a salire piano le scale senza accendere la luce, cercando di fare il meno rumore possibile. Come potete immaginare, toccò a me aprire la porta ed entrare per primo: la stanza in cui mi trovai era quasi completamente vuota, povera e vecchia come d’altra parte era povero e vecchio il palazzo e il quartiere in cui ci trovavamo. C’erano solo un divano, una finestra che dava sul cortile interno, una piccola televisione sistemata sull’unica sedia esistente e un grande zaino poggiato al muro proprio vicino alla porta. Decisamente era la casa di chi sa già di dover restare poco e di dover scappare da un momento all’altro. Ricordo che pensai: ma che razza di vita è quella che entra tutta in uno zaino?
- Andiamo, non c’è niente da vedere qui, e nemmeno io voglio più vedere questo posto. – La osservai prendere lo zaino mentre parlava, guardarsi un po’ intorno e poi voltare la testa verso la porta. Fu in quel momento che mi accorsi di una luce rossa che si muoveva isterica sul suo torace. Non so come ho fatto a capire cosa volesse dire e non so nemmeno perché senza pensare mi tuffai su di lei, proprio mentre la stanza si riempiva del rumore sordo del proiettile che mandava in frantumi il vetro della finestra, tagliava l’aria e terminava la sua inutile corsa omicida nella porta poco sopra di noi.
Fu lei la prima a riprendersi e senza dire nemmeno una parola, mi afferrò per la giacca e mi tirò con violenza portandomi sul pianerottolo. Schizzammo fuori verso la macchina, non avevo mai corso così velocemente e nonostante tutti i miei sforzi e la mia paura quasi non riuscivo a starle dietro. Mi restituì le chiavi e senza pensarci due volte partì sgommando. Lei poggiò la testa al sedile, fece un respiro profondo, e poi disse con voce sottile e stranamente calma:
- Portami da te. -
Suonò così strano, non lo dimenticherò mai..
- Mi dici chi sei? – scelsi la più semplice tra tutte lo domande che avrei potuto farle. Ma ricevetti una risposta strana come se mi avesse letto nel pensiero:
- Pearl.. per tutti quelli che mi conoscono sono Pearl. Non preoccuparti, ti spiegherò tutto dopo, ora ho bisogno di un po’ di silenzio. -