4. Karim Albdel Wahid
- Dovresti mangiare qualcosa sai? Per quanto credi di poter restare digiuno? -
- Io non so come cazzo fai tu a mangiare dopo tutto quello che c’è successo. Ma tu sei pazza! Più sto con te e più me ne convinco. -
- Ma che pazzia – rise divertita, quasi fosse felice in quella situazione così assurda – sarà che ormai mi sono abituata, e poi da digiuna non riesco ragionare. – Mi guardò come se si aspettasse una risposta o almeno un sorriso, poi rassegnata continuò – Ok, ok, ho capito, ti lascio perdere, tanto ormai siamo quasi arrivati. -
Ed infatti il treno correva verso l’altro capo della città ormai da qualche tempo. Devo ammettere che ero affascinato, Pearl dimostrava di essere non solo fredda e spietata (ammesso che poi davvero lo fosse e io iniziavo a nutrire i miei dubbi), ma di avere anche un’intelligenza fuori dal comune; sapeva bluffare, giocare di anticipo, attaccare e rischiare: forse si aspettavano una donna sola ed in fuga, e lei rilanciava con una coppia che gira per la città, si aspettavano tensione e nervosismo e lei mangiava sorridente in treno, si aspettavano errori banali e lei studiava tutte le possibilità prima di fare la sua mossa. Qual era la prima mossa vi starete chiedendo? Ci servivano dei documenti nuovi e la libertà di girare durante le ore di coprifuoco per trovare il modo di salvarci la vita. Inoltre ci serviva anche un posto dove stare, non avrebbero impiegato molto a trovare me e casa mia, chi doveva ucciderla quella notte mi aveva osservato dal suo bel mirino, non credete? D’altronde, che l’avessi salvata quella notte o no avevo comunque già visto troppo, anzi forse quel mio gesto istintivo mi aveva fatto guadagnare una possibilità o almeno qualche giorno di vita in più. Dopo di lei, comunque, il prossimo da uccidere ero io, era questa la verità da guardare in faccia. Voi sareste riusciti a mangiare senza vomitare anche l’anima?
Fottuto destino bastardo.
Pearl intanto aveva appoggiato la testa al vetro del finestrino che il suo respiro ritmicamente appannava e aveva iniziato ad osservare affascinata i modi di fare di una dei nostri sconosciuti compagni di viaggio: una ragazza dai capelli corvini, pettinati con cura maniacale e tenuti fermi ai lati della testa da due forcine come un sipario aperto sulla scena. Erano bastati due minuti di viaggio, il capo era già inclinato a sinistra e sembrava essere retto unicamente dal cellulare, condannato a portare il peso delle parole ed dei pensieri della sua proprietaria. Continuava a parlare scrutando con gli occhi l’infinito, cambiando il volume e il tono delle parole a seconda di quanto le sembrasse confidenziale l’argomento, alternando lunghi sorrisi imbarazzati ad espressioni sognanti, a tratti facendo il segno del silenzio con un dito o coprendosi gli occhi con la mano mentre le sue guance si coloravano di rosso.
- Parla al telefono con lui come se ce l’avesse seduto nel posto vuoto di fronte a lei. -
- Che? – dissi io.
- Guarda quella ragazza, lì in fondo, è come se quella voce avesse il potere di estraniarla dal tempo e dallo spazio. è stupido e dolce allo stesso tempo. – Si fermò un attimo come se non sentisse il bisogno di dire altro, ma poi aggiunse solo: – Beh, basta, siamo arrivati, alzati. -
- Dobbiamo scendere qui? – dissi dubbioso.
Mi guardò perplessa, e poi senza dire nulla, si avviò alla porta e scese, io la seguì senza aggiungere altro. Eravamo nel quartiere più povero della città, il “ghetto degli stranieri”, così lo chiamavano, e nessuna descrizione avrebbe potuto essere più efficace. Sembrava di aver viaggiato per giorni interi ed essere arrivati dall’altra parte del mondo; oppure di essere seduto davanti al televisore mentre venivano trasmesse le immagini delle baraccopoli solo per pulirci la coscienza, per darci quel minuto di tristezza e carità per quelle persone troppo lontane perché valesse la pena aiutarle, eppure, alla fine, eravamo ancora nella stessa città.
Camminava di fianco a me con il passo lento e deciso di chi conosceva bene quelle strade sporche, piene di rifiuti che sembravano sul punto di animarsi e di umani che ormai erano fin troppo simili a rifiuti. Piccoli negozi e bazar occupavano entrambi i lati della strada e sembravano così colmi di tutto quello che poteva essere immaginato quasi potessero far esplodere i luridi e fatiscenti palazzi che li ospitavano. A questo scenario si aggiungevano i poveri dei poveri che chiedevano la carità inginocchiati dietro cartelli mal scritti e le puttane agli angoli delle strade.
- Che schifo, in cosa cazzo hanno trasformato questa città.. – mi sfuggi sottovoce.
- Non mi dire che ti stupisci di tutto questo? Che cos’è? Capire che la povertà esiste? Oppure è il fatto che ci siano le puttane in giro? Ah già, magari non le hai mai viste nel tuo quartiere di ricchi, vero? E quelle giovani ragazze che la gente come te chiama “accompagnatrici”? Mi fate schifo sai? Siete capaci di fare distinzione di classe anche sulle puttane. Sono sopportabili solo quelle che vi chiedono da una certa cifra in su, pagare tanto vi fa dimenticare che avete bisogno di pagare per scopare. O no, magari sono quelli diversi da te che sono tutti criminali, e allora perché guardare me è diverso che guardare quel poveraccio senza una mano? Se guardi me pensi che mi vorresti scopare e se guardi quello lo vorresti cancellare dalla faccia della terra vero? Beh, ricordati che anche io sono una criminale e la cosa comica è che, tesoro, ora lo sei anche tu. Un’ultima cosa, ricordati che qui lo straniero sei tu, e tutta questa gente che ti fa così schifo ti odia nel tuo stesso modo, forse anche peggio. Quindi se vuoi rimanere vivo, stai zitto e non dire altre cazzate, potrei non volerti proteggere. -
Fu come essere investito da una macchina lanciata a tutta velocità, non ebbi il coraggio di dire nulla per quando avrei voluto metterle le mani addosso. Finì per continuare a seguirla restando un passo dietro di lei, avevo più bisogno io di lei che lei di me.
Fottuta puttana bastarda.
Ci trovammo dopo un po’ nei pressi di un mercato della frutta, zeppo di gente di ogni nazionalità e di un casino e una puzza insopportabili. Ci girammo intorno ringraziando il cielo, evitando così di attraversare la calca. Ci fermammo di fronte ad una macelleria Halal, almeno così diceva l’insegna, credo fosse uno di quei posti dove si praticava l’uccisione degli animali secondo le regole dell’Islam per preservare dal commettere peccato chi avesse voluto mangiare carne.
- As-salaam-alaykum, Karim Abdel Wahid- disse Pearl entrando.
L’uomo dietro il bancone alzò lo sguardo e sorrise sorpreso, sembrava conoscere la donna che aveva davanti, stette per un attimo a fissarla e poi disse: – As-salaam-alaykum piccola Farida. – Poi rivolgendosi a me: – Ahlan-wa-sahlan straniero. -
Non capì il suo saluto, abbassai gli occhi, feci solo un cenno con la testa e rimasi sulla soglia.
- Kaifa-haluk? -
- Al-hamdu-lellah, Karim. -
- Avvicinati, fatti guardare da vicino, la tua visita è un dono inaspettato. -
- Sei sempre gentilissimo con me Karim, non smentisci mai il tuo nome. Devi perdonarmi se sto rischiando di metterti nei guai, ma ho davvero bisogno del tuo aiuto. -
- Non mi devi spiegazioni, se Allah ti porta di nuovo sulla mia strada c’è di sicuro un buon motivo, chiedi pure, ti ascolto. -
- Ho bisogno di potermi muovere, la mia identità è bruciata. Hanno cercato di fottermi, Karim, e io voglio scoprire chi e perché. -
- Dovresti prendere i tuoi soldi e andare via. Troppi avvoltoi, troppi, amica mia, stanno volando sulla tua testa aspettando che la tua carogna marcisca. E dovresti anche scegliere meglio le tue compagnie. -
Pearl mi lanciò un’occhiata che mi fulminò, non so se lo fece per avvertirmi di non pensare nemmeno di aprire bocca o per cercare di capire se davvero fossi una cattiva compagnia. Resta il fatto che io cercai di sostenere il suo sguardo e per un po’ ci riuscii pure, ma alla fine mi sentì talmente a disagio che finì per fissare i miei piedi mentre la rabbia che già bolliva dentro, diventava insopportabile.
- Per ora mi serve, poi si vedrà. – furono le uniche sue parole. – Mi aiuterai Karim? -
- Na’am, Farida. Devi solo darmi tempo, come sempre. Voglio parlare solo con te prima. Straniero, vorrai attendere un attimo. -
- Shukran, Karim, di cuore. -
Fu Karim a tornare dopo poco più di mezz’ora e mi accompagnò nel retro dove Pearl mi aspettava seduta, più preoccupata di prima.
- Stai qui straniero, c’è ancora del tempo da aspettare. Troverò a te e a Farida un posto dove passare la notte. -
Lunedì, 26 Maggio 2008 alle 14:51 |
Ciao Maurizio,
ti sei fermato…?